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Il responsabile Ambiente di Fratelli d’Italia continua a fare negazionismo sulla crisi climatica

Procaccini prova a confondere le acque evidenziando il calo nella temperatura globale del 2025, quando gli anni più caldi mai registrati sono tutti negli ultimi 11
 |  Crisi climatica e adattamento

Mentre l’Italia si trova ad affrontare una nuova allerta meteo di codice rosso a causa del ciclone mediterraneo Harry che si sta abbattendo su Sardegna, Calabria e Sicilia, l’europarlamentare Nicola Procaccini – responsabile Ambiente ed Energia di Fratelli d’Italia, il partito guidato dalla premier Giorgia Meloni – commenta gli ultimi dati Copernicus cercando di sminuire la crisi climatica in corso.

«La temperatura della Terra – afferma Procaccini – si è raffreddata nell’ultimo anno secondo Copernicus, il sistema di monitoraggio meteo dell’Unione Europea. La temperatura globale nel 2025 è scesa sia rispetto al 2024 che al 2023. Si tratta di una notizia ancor più rilevante se combinata con il record globale di emissioni di CO2 che pure si è registrato nello stesso 2025. Non per colpa dell’UE dove le emissioni climalteranti sono diminuite ulteriormente. Mi rendo conto che gli andamenti climatici si definiscono su archi temporali molto lunghi, ma come mai non trovo la notizia sugli organi di informazione internazionali, anzi trovo la stessa notizia rappresentata in senso opposto?».

Procaccini riporta correttamente i dati Copernicus sull’andamento della temperatura media atmosferica globale, ma omette che il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato a livello globale, solo lievemente più freddo del 2023 (di 0,01 °C) e di 0,13 °C più freddo del 2024, l'anno che al momento domina la classifica.

La temperatura atmosferica media globale nel 2025 è stata infatti di 14,97 °C, ovvero di 0,59 °C al di sopra della media del periodo 1991-2020 e di +1,47 °C rispetto al livello preindustriale (1850-1900), mentre anche in Europa – il continente che si riscalda più velocemente di ogni altro – il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, con una temperatura media di 10,41 °C (+1,17 °C superiore alla media del periodo di riferimento 1991-2020). A livello nazionale non sono ancora disponibili dati di dettaglio, ma sappiamo che l’Italia già nel 2024 ha registrato un’anomalia termica di +3.22°C rispetto alla media del periodo 1850-1900.

A livello globale gli ultimi 11 anni sono stati gli 11 anni più caldi mai registrati e le temperature degli ultimi tre anni (2023-2025) sono state in media superiori di oltre 1,5 °C rispetto al livello preindustriale, il che ci avvicina pericolosamente a superare la prima soglia di sicurezza stabilita nel 2015 dall’Accordo sul clima di Parigi: questo comporta l’urgenza di prepararci a impatti catastrofici, perché restare entro +1,5 °C permetterebbe di evitare 207mila morti premature e danni economici per 2.269 miliardi di dollari al 2030.

«Il fatto che gli ultimi undici anni siano stati i più caldi mai registrati – argomenta Carlo Buontempo, direttore del Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus – fornisce un'ulteriore prova dell'inconfondibile tendenza verso un clima più caldo. Il mondo si sta rapidamente avvicinando al limite di temperatura a lungo termine fissato dall'accordo di Parigi. Siamo destinati a superarlo; la scelta che abbiamo ora è come gestire al meglio l'inevitabile superamento e le sue conseguenze sulle società e sui sistemi naturali»

Per limitare i danni, l’adattamento climatico è essenziale e deve andare di pari passo al rapido abbandono dei combustibili fossili, in modo da tagliare le emissioni di gas serra che alimentano la crisi climatica in corso. Esattamente quanto non sta facendo il Governo Meloni. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).

Al contempo, mentre la crescita “inarrestabile” delle rinnovabili è la svolta scientifica del 2025 secondo la prestigiosa rivista Science,  l’Italia registra sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Del resto mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili.

Disinformazione che, di fatto, viene portata avanti anche da Procaccini in modo più subdolo rispetto al classico negazionismo. Come spiega oggi su greenreport il filosofo della scienza Matteo Motterlini, prendendo in esame le ultime evidenze scientifiche sulle strategie politiche in atto per frenare l’azione climatica, il contesto «è quello che conosciamo: una crisi climatica sempre più evidente e, parallelamente, una crescente polarizzazione politica che, anziché accelerare la transizione ecologica, moltiplica i rinvii. In molti Paesi, le politiche ambientali vengono presentate come un progetto elitario, ostile alla sovranità nazionale e alla crescita economica. Questa narrazione intercetta e rafforza una diffusa sfiducia nelle istituzioni scientifiche e fa presa su quei gruppi sociali che si sentono esclusi dalla globalizzazione.

Il risultato è una propaganda populista efficace proprio perché semplice: se la scienza non offre certezze assolute, allora riducila a un’opinione tra le altre. E se non puoi negare l’evidenza, semina dubbi. Il cambiamento climatico viene così spostato dal terreno della conoscenza a quello dell’identità sociale. Una strategia che funziona facendo leva su meccanismi psicologici ampiamente documentati dalle scienze cognitive e comportamentali». Una strategia alla quale, però, non possiamo rassegnarci.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.