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Il Consiglio dei ministri ha decretato lo stato di emergenza e stanziato la somma complessiva di 100 milioni di euro, a valere sul Fondo per le emergenze nazionali

Ciclone Harry, i danni provocati dalle mareggiate non sono coperti dalle polizze catastrofali obbligatorie

La denuncia di Assoutenti, che evidenzia la «contraddizione evidente» riguardo la normativa messa a punto dal governo ed entrata in vigore nel 2025. Si legge nelle linee guida dell’Ania che onde e infiltrazioni di acqua marina non possono rientrare nella definizione di alluvione, inondazione ed esondazione
 |  Prevenzione rischi naturali

Il ciclone Harry ha causato danni che ormai hanno superato il miliardo e mezzo di euro in Sicilia (lo dice il presidente della Regione Renato Schifani calcolando danni diretti e indiretti) e il mezzo miliardo sia in Calabria che in Sardegna. A provocare ingenti perdite economiche per numerose imprese del territorio non è stata soltanto l’incredibile quantità d’acqua caduta in poco tempo (in soli tre giorni sono arrivati 600 millimetri d’acqua, vale a dire la metà della pioggia che solitamente cade in un intero anno) ma anche le onde di livello oceanico che si sono abbattute su porticcioli, stabilimenti balneari, alberghi e ristoranti, sfondando vetri delle finestre ed allagando ambienti ben oltre i primi o i secondi piani e anche i terzi. Ebbene, nel giorno in cui il Consiglio dei ministri si riunisce per deliberare lo stato di emergenza nazionale e lo stanziamento dei fondi per i territori devastati (somma complessiva di 100 milioni di euro, a valere sul Fondo per le emergenze nazionali), Assoutenti interviene sul dibattito relativo alle polizze catastrofali obbligatorie per le imprese e «le dichiarazioni istituzionali che rischiano di trasformare uno strumento ancora sperimentale in un fattore di disuguaglianza sociale ed economica». Spiega in una nota il presidente dell’Associazione nazionale utenti servizi pubblici, Gabriele Melluso, che «il sistema delle polizze catastrofali è ancora in una fase chiaramente sperimentale, e utilizzarlo oggi per discriminare tra imprese “meritevoli” o meno di ristori pubblici è profondamente sbagliato, soprattutto quando l’obbligo assicurativo non corrisponda a una copertura reale ed efficace dei rischi che colpiscono il territorio». A cosa si riferisce? Il fatto è, denuncia, che da un lato è stato previsto l’obbligo assicurativo alle imprese, dall’altro sono stati esclusi dalle coperture proprio quegli eventi meteo estremi che nelle tre regioni del Sud hanno provocato i danni maggiori, «realizzando una contraddizione evidente».

Effettivamente il governo, superando non poche riserve espresse dal mondo imprenditoriale, lo scorso anno ha introdotto dopo un non breve iter l’obbligo di assicurazione per le imprese contro le calamità naturali. Una misura per la quale da più parti sono stati evidenziati gli aspetti positivi, soprattutto in rapporto a una Penisola come la nostra che nel solo 2025 ha registrato 376 eventi meteo estremi, con un aumento del 5,9% rispetto al 2024 e del 526% rispetto al 2015, con buona pace dei negazionisti della crisi climatica.

Il problema, viene segnalato ora, è che la normativa varata da Palazzo Chigi dapprima con la legge 213/2023 e poi con il decreto attuativo 18/2025 comporta un obbligo assicurativo per terremoti, frane, alluvioni, inondazioni ed esondazioni. E le mareggiate? E le penetrazioni di acqua marina? E le cosiddette “bombe d’acqua”. Tutti quei fenomeni cioè che ingenti danni hanno provocato nei giorni scorsi nel Sud Italia? Non rientrano nelle polizze catastrofali obbligatorie.

Nelle linee guida ufficiali diffuse dall’Ania in seguito all’obbligo governativo si legge infatti che le mareggiate non rientrano nella fattispecie delle alluvioni, inondazioni od esondazioni. Ecco cosa scrive al punto 8 l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici: «Cosa si intende per alluvione, inondazione ed esondazione? Nella polizza dovrà essere prevista, per questi eventi, la seguente definizione: “fuoriuscita d’acqua, anche con trasporto ovvero mobilitazione di sedimenti anche ad alta densità, dalle usuali sponde di corsi d’acqua, di bacini naturali o artificiali, dagli argini di corsi naturali e artificiali, da laghi e bacini, anche a carattere temporaneo, da reti di drenaggio artificiale, derivanti da eventi atmosferici naturali». E poi, anche se già sarebbe chiaro che le mareggiate non rientrano in tale descrizione, al punto 11 delle stesse linee guida si legge (parole tutte maiuscole comprese): «Cosa NON rientra nella definizione di alluvione/inondazione/esondazione? Non possono essere considerati “alluvione/inondazione/esondazione”, e quindi sono esclusi dalla polizza obbligatoria, i seguenti eventi: “la mareggiata, la marea, il maremoto, la penetrazione di acqua marina, la variazione della falda freatica, l’umidità, lo stillicidio, il trasudamento, l’infiltrazione e l’allagamento dovuto dall’impossibilità del suolo di drenare e/o assorbire l’acqua e conseguente accumulo causato da piogge brevi ma di elevatissima intensità (cosiddette “bombe d’acqua”)».

Come denuncia il presidente di Assoutenti Melluso, siamo di fronte a «un paradosso evidente», non foss’altro perché eventi che oggi vengono definiti «estremi» in realtà sono diventati ordinari, e però restano fuori dalla copertura assicurativa. Secondo l’associazione il pericolo concreto è che le polizze catastrofali diventino una scusa «per ridurre l’intervento pubblico e spostare sui privati il costo dell’inerzia politica»: «Le assicurazioni non fermano frane, alluvioni o mareggiate – è l’amara conclusione – le fermano le scelte politiche. Se le polizze obbligatorie servono solo a esentare il decisore pubblico dall’investire seriamente nelle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, allora è meglio sospenderle o ripensarle radicalmente». Per questo viene chiesto dall’associazione un tavolo di confronto tra governo, assicurazioni, sigle a tutela dei consumatori e rappresentanze delle imprese. Confronto che, si auspica semmai si aprisse in tempi rapidi, porti a far compiere non passi indietro rispetto a quanto di positivo è stato deciso in passato, ma semmai consenta di farne di ulteriori in direzione di un maggior impegno per la prevenzione e per non far pesare, com’è oggi, l’80% delle perdite provocate dagli eventi estremi sulle spalle di imprese, famiglie e Stato.

  

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.