Trent’anni di inazione: Niscemi frana dal 1997, quando furono già evacuate 400 persone
L’enorme frana in corso a Niscemi, in Sicilia, riguarda la porzione meridionale del costone su cui sorge l’abitato ed è in continua evoluzione. Nell’area sono presenti scarpate con altezze superiori ai 20 metri e numerose fenditure nel terreno che testimoniano l'attività del fenomeno, che ha subito una drastica evoluzione dopo il passaggio del ciclone Harry ma che rappresenta “un’eterna emergenza” da ormai trent’anni.
«Un episodio analogo si verificò il 12 ottobre 1997, quando una frana interessò la parte meridionale del centro abitato, causando gravi danni e l’evacuazione di circa 400 persone», spiega Giovanna Pappalardo (ordinaria di Geologia applicata all’Università di Catania), aggiungendo che l’attuale instabilità non è un episodio isolato ma si innesta su condizioni strutturali del sottosuolo: la città poggia su sabbie che sovrastano argille e marne grigiastre, con un marcato contrasto di permeabilità e proprietà geotecniche. Questo assetto favorisce l’infiltrazione dell’acqua meteorica nelle sabbie e ne ostacola il drenaggio profondo quando incontra gli strati argillosi, creando condizioni favorevoli allo scivolamento.
In questa lettura, il precedente del 12 ottobre 1997 non è solo un riferimento storico, ma un segnale di una fragilità persistente, riemerso oggi a scala maggiore: «Oggi la situazione si ripresenta con caratteristiche ancora più rilevanti, il fronte di frana si estende per circa 4 chilometri e coinvolge direttamente le abitazioni prospicienti la scarpata». E c’è anche un elemento evolutivo che preoccupa: «Secondo l’analisi, il fenomeno mostra anche un’evoluzione di tipo retrogressivo, ovvero una progressiva propagazione verso il centro abitato. Alla luce di questo scenario – aggiunge Pappalardo – appare indispensabile un costante e accurato monitoraggio dell’area interessata».
Sullo stesso filone, Carmelo Monaco (docente di Geologia strutturale e rischi geologici all’Università di Catania e referente della Società Geologica Italiana) inquadra il dissesto come frana complessa già censita e classificata in modo severo negli strumenti di pianificazione del rischio: «Il dissesto avvenuto nel settore occidentale di Niscemi è una frana di tipo complesso già presente nella cartografia del Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (P.A.I.) della Sicilia (anno 2006), etichettata con la sigla 077-2NI-079». E richiama le classificazioni: «L’area era già stata considerata a pericolosità P4 (molto elevata) e parte delle strade e delle abitazioni presenti sul coronamento era stato etichettato a rischio R3-R4 (elevato-molto elevato)».
Sul piano del processo fisico, Monaco lega la dinamica allo scivolamento verso valle delle argille sottostanti il piastrone arenaceo-sabbioso: quando le argille si imbibiscono d’acqua – come dopo le abbondanti piogge della scorsa settimana – diventano poco resistenti, provocano lo scalzamento alla base delle arenarie poco cementate e alimentano l’arretramento della corona. «Si tratta di un fenomeno dalle dimensioni enormi, difficilmente contenibile – sottolinea Monaco – che ha riattivato in parte una frana già esistente avvenuta il 12 ottobre del 1997, estendendosi ulteriormente verso nord». E collega direttamente le conseguenze alle abitazioni: «Le abitazioni costruite sul ciglio della scarpata sono quindi ad alto rischio e l’arretramento progressivo della corona potrebbe coinvolgere in futuro altre abitazioni retrostanti».
Per questo il geologo Michele Orifici, vicepresidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale, lega l’emergenza alla necessità di protezione civile e al contesto climatico: «Occorrono azioni strategiche di adattamento al cambiamento climatico molto rapide con priorità a quei territori che, per le proprie caratteristiche geologiche, sono storicamente esposti al dissesto e al rischio idrogeologico».
Per limitare i danni, l’adattamento climatico è essenziale e deve andare di pari passo al rapido abbandono dei combustibili fossili, in modo da tagliare le emissioni di gas serra che alimentano la crisi climatica in corso. Esattamente quanto non sta facendo il Governo Meloni. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).
Al contempo, mentre la crescita “inarrestabile” delle rinnovabili è la svolta scientifica del 2025 secondo la prestigiosa rivista Science, l’Italia registra sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Del resto mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili.