Materie prime critiche, nelle batterie esauste una miniera preziosa per l’Ue: lo studio dell’Università di Brescia
Oggi l’Europa è caratterizzata da un paradosso, in quanto a materie prime critiche: è fortemente dipendente dall’estero, subisce un dominio cinese che presenta seri rischi, eppure spedisce proprio all’estero e soprattutto proprio in Cina dei materiali che solo apparentemente sono di puro scarto e che invece possono costituire delle preziose miniere a cui attingere per ottenere proprio quei minerali critici di l’Unione europea necessita per mandare avanti tutta una serie di industrie strategiche. Per di più, per spedire i materiali di cui sopra paga anche profumatamente.
La soluzione? È semplice, ed è già a portata di mano: sviluppare un centro di riciclo europeo ‘modulare’ per trasformare un costoso rifiuto in un tesoro strategico per le batterie esauste agli ioni di litio, il cui riciclo ad oggi è dominato interamente da Pechino. A proporre questa soluzione concreta al problema della dipendenza dalle importazioni di materie prime strategiche è Elza Bontempi, dell’Università degli studi di Brescia. La docente ha già pubblicato diversi articoli sulla rivista scientifica Resources dedicati al tema del riciclo e della sostenibilità, e ora torna con questo nuovo studio focalizzato su Ue e materie prime critiche.
«Mentre la transizione verso l’elettrificazione accelera – spiega Bontempi – l’Europa si trova in una posizione difficile: è quasi completamente dipendente dalle importazioni di materie prime strategiche, come litio e cobalto, e allo stesso tempo ha una limitata capacità di riciclare quegli stessi materiali». A rendere evidente questa situazione è lo studio appena pubblicato che sottolinea come la capacità di riciclo di batterie esauste dell’Europa sia appena 0,5 milioni di tonnellate, ossia quasi 100 volte inferiore a quella della Cina. Dei materiali contenuti all’interno delle batterie, la cosiddetta ‘black mass’, la polvere scura che si ottiene frantumando le batterie e che è ricca di litio e cobalto, l’Europa è costretta a esportarne in Asia oltre il 50% con una perdita di materiali strategici che devono essere poi riacquistati dall’estero. Da sola la Cina controlla quasi il 90% della capacità di raffinazione mondiale. Un quadro che pone l’Europa in una situazione di grave dipendenza. «Eppure abbiamo le competenze e le risorse per allentare questa situazione», aggiunge Bontempi. «Occorre però sviluppare una gestione attiva e lungimirante delle risorse creando una catena del riciclo ben organizzata delle materie prime più importanti così da trattenerle all’interno dei nostri confini».
Il fatto è che oggi in Europa gli impianti di pretrattamento, cioè quelli dove le batterie vengono raccolte, smontate e preparate al riciclo, sono distribuiti localmente, mentre gli impianti di raffinazione sono concentrati in poche regioni industriali e, in molti casi, gestiti da aziende extra-Ue. Questa asimmetria crea discontinuità nella catena del valore. Dal punto di vista tecnologico, processi diversi e non standardizzati coesistono senza specifiche armonizzate sui materiali. Anche le condizioni normative differiscono, poiché le batterie a fine vita e la black mass sono soggette a norme distinte in materia di trasporto e smaltimento dei rifiuti, e le pratiche di autorizzazione variano tra gli Stati membri. Infine, la catena di approvvigionamento è segmentata tra aziende di gestione dei rifiuti, aziende chimiche, raffinerie e produttori di apparecchiature originali, con pochi attori che operano in sistemi integrati. Il risultato è un mosaico di progetti pilota e studi di laboratorio difficilmente scalabili o comparabili.
«L’obiettivo che proponiamo è quello di trasformare il ritardo tecnologico e infrastrutturale in un’opportunità – evidenzia lo studio – Attraverso una strategia di impianti modulari in cui possano essere installate diverse tecnologie di riciclaggio, confrontate e ottimizzate in identiche condizioni».
Su scala più ampia, questa iniziativa incarnerebbe il passaggio da una gestione dei rifiuti ‘a valle’, quando il problema è già nato, a una gestione attiva e lungimirante delle risorse. Collegherebbe la ricerca accademica, l'innovazione industriale e l'applicazione delle politiche in un unico centro fisico, supportato da una piattaforma digitale comune.
Il primo passo concreto dovrebbe prevedere la realizzazione di un centro di riciclo modulare inteso come progetto pilota capace di trattare tra 1000 e 5000 tonnellate di materiale l’anno.
Una proposta che si inserirebbe nel quadro del nuovo Regolamento batterie dell’Ue e del Critical raw materials act. E, grazie al supporto di iniziative come il piano d’azione RESourceEU e il futuro Centro Crm dell’Ue (previsto per questo 2026), questi hub modulari potrebbero beneficiare di permessi accelerati e finanziamenti strategici per ridurre i rischi degli investimenti privati.
«Il futuro del riciclo non sarà definito da un singolo processo "perfetto" – conclude Bontempi – ma dalla capacità di integrare tecnologie diverse in un quadro flessibile e validato scientificamente. L’obiettivo è trasformare le batterie esauste in una risorsa domestica sicura, così che le batterie delle nostre auto elettriche e dei nostri dispositivi non diventino un rifiuto costoso, ma una miniera di materiali preziosi per l’Europa».