Il Venezuela, Maduro e la sovranità violata: il 2026 inizia con l’ennesima guerra per il petrolio
Mentre Trump minaccia gli Ayatollah perché vuole liberare gli iraniani (a colpi di bombe?), nottetempo ha dato il via per bombardare la capitale del Venezuela, Caracas, innescando di fatto una guerra nell’area latino-caraibica dopo gli affondamenti delle imbarcazioni che trasportavano droga verso gli Usa e il sequestro di petroliere – per ragioni sconosciute al diritto internazionale marittimo – sono state successivamente scortate da unità Usa nei porti statunitensi con tutto il loto carico: petrolio greggio venezeluano.
Non avevamo ancora finito di brindare al nuovo anno ed eccolo arrivare (il 2026) nel modo peggiore possibile, col rischio d’innescare un incendio che può propagarsi in tutta l’area caraibica e che, potenzialmente, potrebbe estendersi fino a coinvolgere paesi vicini al Venezuela come Colombia e Guyana.
Stanotte Caracas è stata colpita da una serie di esplosioni avvenute simultaneamente in diversi punti della capitale venezuelana, e tra gli obiettivi fonti venezuelane riportano – oltre alla sede del Parlamento – anche siti di rilevanza militare. Tra le aree colpite risultano esserci l’aeroporto militare di “La Carlota”, situato nel cuore della città e anche la principale base delle Forze armate del Venezuela: “Fuerte Tiuna”. Naturalmente, le prime drastiche conseguenze si sono registrate nei quartieri circostanti, dove alcune comunità risultano essere prive di corrente elettrica.
La crescente tensione tra gli Stati Uniti e il Venezuela lasciava presagire – già da diverse settimane – un intervento a carattere militare che è puntualmente arrivato. Come logica conseguenza di questo attacco, il presidente Nicolas Maduro ha condannato gli Usa per l'attacco, definendolo come una «gravissima aggressione». Mentre scriviamo, lo stesso Trump afferma che «gli Stati Uniti d'America hanno condotto con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolas Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie».
Dopo aver assistito – senza fiatare – all’intensificazione delle operazioni militari nel Mar dei Caraibi, culminate con il deliberato affondamento di imbarcazioni che, a detta delle autorità statunitensi, sarebbero coinvolte nel traffico di droga, l’attacco militare vero e proprio è arrivato in barba a tutte le regole che disciplinato i rapporti tra le nazioni, incluso le guerre che non possono essere scatenate da un momento all’altro ma devono (dovrebbero sembra più corretto) essere dichiarate secondo determinate procedure.
Appare evidente a questo punto che l’azione di destabilizzare il Venezuela era mirata sin dall’inizio ad aiutare la rimozione del presidente Maduro e, di conseguenza, assumere un pieno controllo indiretto sulle ingenti riserve petrolifere venezuelane. Non si riescono a vedere ragioni diverse da questa. «Il Venezuela - riassume con efficacia il diplomatico Mohamad Safa - meno dell'1% delle droghe illegali mondiali. Ma possiede le riserve petrolifere accertate più grandi al mondo».
Le giustificazioni rilanciate dai principali media degli Usa che ribadiscono la loro posizione sul presidente venezuelano – definito illegittimamente eletto e accusato di un coinvolgimento diretto nei circuiti del narcotraffico che attraversano il Paese – non può essere un esimente che giustifica l’aggressione, perché di questo si tratta: un Paese sovrano dotato di un governo eletto dal suo popolo e non imposto da altri.
Le esplosioni di Caracas restano adesso inserite in uno scenario regionale (area caraibica) sempre più teso, dove il confine tra pressione diplomatica, operazioni militari e guerra psicologica non esiste più, lasciando aperti scenari di confusione e destabilizzazione mai visti prima d’ora.