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L’Abbate (Greenpeace): «Chiediamo all'Italia di introdurre nella prossima Legge di Bilancio una tassa sugli extra-profitti delle compagnie fossili»

Francia, Italia e Usa sono i Paesi occidentali più colpiti dalla crisi climatica

A livello globale, dal 1995 si contano 820mila morti e danni per 4,5 trilioni di dollari a causa degli eventi meteo estremi
 |  Crisi climatica e adattamento

L’Indice di rischio climatico (Climate risk index) appena aggiornato dall’ong Germanwatch con un nuovo rapporto, svelato nell’ambito della Cop30 in corso a Belém, mostra che dal 1995 al 2024 in tutto il mondo sono oltre 830.000 le vittime legate agli eventi meteo estremi – come ondate di calore, tempeste e inondazioni – e oltre 4.500 miliardi di dollari di danni diretti, aggiustati all'inflazione.

«Le ondate di calore e le tempeste rappresentano la più grande minaccia per la vita umana quando si tratta di eventi meteorologici estremi – spiega Laura Schäfer, una delle autrici del rapporto – Le tempeste hanno anche causato i danni monetari di gran lunga maggiori, mentre le inondazioni sono state responsabili del maggior numero di persone colpite da eventi meteorologici estremi».

Gli impatti variano molto da Paese a Paese, ma in ogni contesto il conto più salato lo pagano le persone maggiormente vulnerabili. In cima all'indice per il periodo 1995-2024 c'è la Dominica, una piccolissima nazione insulare caraibica che è stata colpita più volte da uragani devastanti: nel 2017, il solo uragano Maria ha causato danni per 1,8 miliardi di dollari, quasi tre volte il Pil del Paese. Un altro esempio è il Myanmar, al secondo posto; nel 2008, il ciclone Nargis ha ucciso quasi 140.000 persone e ha causato danni per 5,8 miliardi di dollari.

Allo stesso tempo, anche i Paesi di più antica industrializzazione sono nell’occhio del ciclone. Come la Francia (12° posto), l'Italia (16°) o gli Stati Uniti (18°), tra i 30 Paesi più colpiti da fenomeni meteorologici estremi. E la classifica si muove rapidamente. Basti osservare che nel rapporto dell’anno scorso, incentrato sul periodo 1993-2022, l’Italia spiccava al quinto posto con 38mila morti (soprattutto nel 2003 e nel 2022) e danni per 60 miliardi di dollari; al contempo, l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) afferma che nel nostro Paese i danni economici da eventi meteo estremi – resi più frequenti e intensi dalla crisi climatica in corso – ammontano a 135 miliardi di euro tra il 1980 e il 2023, conto che sale a 235 miliardi di euro negli ultimi 50 anni ampliando il quadro anche al rischio sismico. Senza dimenticare le vittime legate alle altre crisi ambientali in corso: sempre la Eea documenta che, nonostante i progressi traguardati negli ultimi decenni, l’Italia svetta ancora in testa tra i Paesi più inquinati dell’Ue con 48.600 morti l’anno per inquinamento da Pm2.5, 13.600 decessi prematuri da O3 e 9.600 da NO2.

«Le emissioni globali devono essere ridotte immediatamente, altrimenti si rischia un aumento del numero di morti e un disastro economico in tutto il mondo. Allo stesso tempo, gli sforzi di adattamento devono essere accelerati. È necessario implementare soluzioni efficaci per le perdite e i danni e fornire finanziamenti adeguati per il clima», argomenta il co-autore David Eckstein.

Peccato che l’Italia sia indietro su entrambi i fronti. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).

Se questo è lo stato per l’adattamento al clima che cambia, non va meglio sul fronte della mitigazione. Le installazioni di impianti rinnovabili – per raggiungere i pur timidi obiettivi del Pniec nazionale – dovrebbero essere quattro volte più veloci: la disinformazione e i paletti normativi alimentati dal Governo Meloni frenano l’installazione degli impianti, che comunque hanno traguardato +4,5 GW da inizio anno (mentre l’esecutivo spera d’installare i primi 0,4 GW da “nuovo nucleare” entro il 2035), e a livello globale la capacità installata aumenterà di 2,6 volte al 2030 rispetto al 2022. Semplicemente perché conviene e abbassa il costo delle bollette, come ricordato dalla Banca centrale europea e come mostrano casi empirici a partire da quello spagnolo.

«Questi numeri sono un atto d’accusa contro l’inerzia climatica globale e confermano l'urgenza di azioni concrete da parte dei leader politici, non solo di dichiarazioni – commenta Simona Abbate di Greenpeace Italia – Alla Cop30 servono roadmap vincolanti per accelerare l’uscita dai combustibili fossili, fermare la deforestazione entro il 2030, finanziare l’adattamento alla crisi climatica e le compensazioni per le perdite nei paesi più vulnerabili. Chiediamo all'Italia di introdurre nella prossima Legge di Bilancio una tassa sugli extra-profitti delle compagnie fossili. Gli utili miliardari dell'ultimo decennio del settore devono essere destinati alla transizione energetica e all'adattamento climatico. È ora di passare dalle parole ai fatti. La giustizia climatica richiede di far pagare chi inquina».

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.