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Trump fa uscire gli Usa dalla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici. L’Ue: «Deplorevole»

L’annuncio del presidente americano è arrivato in contemporanea con la decisione di aumentare il bilancio militare del prossimo anno fino alla cifra monstre di 1.500 miliardi di dollari
 |  Crisi climatica e adattamento

Più armi, meno impegni per il clima. A quasi un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump conferma le peggiori previsioni e riesce anche a sorprendere ancor più in negativo con le sue azioni. Non si è nemmeno spenta l’eco del blitz in Venezuela e delle minacce alla Groenlandia ed ecco che il tycoon nell’arco di ventiquattr’ore da un lato fa uscire gli Stati Uniti da ben 66 organizzazioni internazionali, compresa la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, Unfccc), dall’altro annuncia via social che per il prossimo anno il bilancio militare Usa passerà da mille a 1.500 miliardi di dollari: si era presentato in campagna elettorale come il presidente americano che avrebbe messo fine alla guerra in Ucraina e non solo nell’arco di ventiquattr’ore o poco più, e invece ora si ritrova a deprecare «questi tempi così difficili e pericolosi» e a promettere la costruzione dell’«esercito dei sogni» grazie al surplus di dollari incassato con i dazi doganali.

Per il clima, invece, i soldi non ci sono. Né c’è l’interesse a mantenere gli Stati Uniti in organizzazioni e trattati internazionali che, come si legge nel titolo del dispositivo emanato dalla Casa Bianca, «sono contrari agli interessi degli Stati Uniti». Difficile dire in che modo la Convenzione Onu sui cambiamenti climatici vada contro gli interessi Usa, se non per il fatto che le necessarie azioni per contrastare il riscaldamento globale pongono dei limiti allo sconsiderato utilizzo dei combustibili fossili. Ma se già l’uscita dall’Accordo di Parigi era una decisione tutt’altro che di poco conto, l’abbandono dell’Unfccc è a dir poco eclatante: si tratta infatti del principale trattato internazionale che guida gli sforzi globali per combattere la crisi climatica, adottato nel lontano 1992 al Summit di Rio e mai messo in discussione da un soggetto del calibro degli Usa. Critiche sono state mosse in passato alla Convenzione Onu da alcuni Paesi in via di sviluppo, o perché si trattava di Stati la cui economia è ancora fortemente legata al carbone che dunque mal digeriscono i limiti alle emissioni di gas serra o perché lamentavano l’esiguità dei fondi internazionali dedicati alle loro azioni per l’adattamento climatico. Ma mai, come stanno facendo ora gli Stati Uniti, si è vista la decisione di tirarsi fuori dall’Unfccc accusando tout court il trattato internazionale di andare contro la propria sovranità nazionale e di avere interessi «ideologici» contrari a quelli del proprio paese.

Non a caso la decisione di Trump ha sollecitato indignate proteste in patria, ma non solo. All’interno dei confini americani ci ha pensato lo storico e autorevole Sierra club a sottolineare che con l’uscita dalla Convenzione Onu sul clima il tycoon sta precludendo agli Usa «l’opportunità di guidare l’economia globale verso il futuro, cedendo posti di lavoro e crescita economica alla Cina» e sta dimostrando di non avere alcun interesse a proteggere gli americani dagli impatti in rapido aumento della crisi climatica (è giusto di un anno fa l’incendio che ha devastato Los Angeles). E anche il direttore del World resources institute (Wri) David Widawsky ha così commentato: «Il ritiro dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è un errore strategico che compromette il vantaggio americano senza alcun ritorno. L'accordo trentennale è il fondamento della cooperazione internazionale sul clima. Abbandonarlo non solo mette l'America in disparte, ma la esclude completamente dall'arena. Le comunità e le imprese americane perderanno terreno economico mentre altri paesi conquisteranno i posti di lavoro, la ricchezza e il commercio creati dal boom dell'economia delle energie pulite». Ma al di là degli interessi americani, anche su questa sponda dell’Atlantico la decisione di Trump è stata oggetto di una ferma condanna.

Il commissario al clima dell’Unione Europea, Wopke Hoekstra, ha commentato la mossa di Trump con parole insolitamente dure, per gli standard che ultimamente l’Europa ha mostrato nei confronti della Casa Bianca: «La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) sostiene l’azione globale per il clima. La decisione della più grande economia mondiale e del secondo maggiore emettitore di emissioni di dimettersi è deplorevole e infelice». L’Ue, ha scritto anche il commissario europeo per il clima, continuerà «a sostenere la ricerca internazionale sul clima, a impegnarci nella cooperazione internazionale e perseguire il nostro programma di azione per il clima, competitività e indipendenza».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.