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L’India sta facendo col sole quel che la Cina ha fatto col carbone. E ora l’Ue sigla con Nuova Delhi una storica intesa

Domani von der Leyen e Costa firmano col premier indiano Modi un accordo che prevede libero scambio commerciale e partenariato in materia di sicurezza e difesa. È una mossa importante non solo perché crea un mercato di due miliardi di persone, ma anche perché l’industria indiana si sta sviluppando a ritmo accelerato sfruttando fotovoltaico e batterie a basso costo, laddove Pechino si è ritagliata un ruolo internazionale ricorrendo ai combustibili fossili
 |  Nuove energie

Non solo Mercosur: dopo aver siglato un’intesa di libero scambio con Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, ora congelata e al vaglio della Corte di giustizia Ue per un blitz riuscito all’Eurocamera, l’Unione europea si appresta a siglare un analogo accordo con l’India. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, sono volati a Nuova Delhi, dove domani firmeranno insieme al primo ministro indiano Narendra Modi un accordo che sulla carta coinvolge circa due miliardi di persone, (quasi un miliardo e mezzo in India, oltre 450 milioni nell’Ue) creando una delle più rilevanti aree di scambio commerciale al mondo.

Come spiegano da Bruxelles con una nota che anticipa l’appuntamento di domani, «sono in fase finale i negoziati per un accordo di libero scambio che, se concluso, creerebbe un mercato di 2 miliardi di persone, tagliando 4 miliardi di euro di dazi annuali per gli esportatori di tutte le dimensioni e garantendo l’approvvigionamento di materiali e prodotti cruciali». Non solo: l’intesa va al di là degli accordi riguardanti il libero scambio di merci: domani a Nuova Delhi Ue e India dovrebbero siglare anche un accordo di «partenariato in materia di sicurezza e difesa per espandere la cooperazione nell’industria della difesa, nella sicurezza marittima, nella connettività sicura e nello spazio».

La firma di questi accordi è importante non solo perché l’Europa si apre così a nuove o più ampie strade commerciali, il che già di per sé è molto utile dopo la politica dei dazi imposta dagli Stati Uniti di Donald Trump. Questo più stretto legame con l’India consente all’Ue di assicurarsi catene di fornitura più diversificate in caso di crisi e anche di limitare la propria dipendenza da una serie di materie prime critiche che attualmente i paesi comunitari importano nella stragrande maggioranza dei casi dalla Cina. L’India, ricca di minerali critici, alluminio, ferro e terre rare di fondamentale importanza per settori strategici come la difesa, le telecomunicazioni, le industrie legate alla transizione, può giocare un importante ruolo per le necessità di diversificazione dell’Europa.

Tra l’altro non è affatto di secondaria importanza che l’India oggi, a differenza di quanto è avvenuto in Cina fino a non molto tempo fa (per non parlare dell’Europa nei secoli scorsi), sta puntando molto sulle energie rinnovabili, e in particolare sul fotovoltaico, anziché sul carbone per sviluppare appieno il comparto industriale e soddisfare in modo sostenibile ed economicamente vantaggioso la crescente domanda di elettricità.

Alla questione ha appena dedicato un focus il think tank climatico Ember, che ha lavorato a un confronto tra i percorsi energetici di India e Cina a livelli equivalenti di sviluppo economico. Utilizzando i dati della Banca mondiale relativi al Pil dei due paesi e quelli dell’Agenzia internazionale dell’energia per i bilanci energetici, i ricercatori hanno appurato che Nuova Delhi  sta tracciando un percorso migliore verso il futuro elettrotecnologico dell’energia rispetto a quanto ha fatto Pechino, che pura vanta ora per le rinnovabili il sistema in più rapida crescita al mondo.

Il basso costo dell’energia solare e delle batterie, si legge nell’analisi appena pubblicata, sta consentendo all’India di sviluppare la propria industria e le forniture di elettricità senza la lunga deviazione fossile intrapresa dall’Occidente e dalla Cina nel più o meno remoto passato. «Quando confrontiamo l’India di oggi con la Cina a livelli di reddito equivalenti (11.000 dollari a parità di potere di acquisto nel 2012), emergono diverse osservazioni», scrivono i ricercatori di Ember. La prima riguarda la rapida diffusione del fotovoltaico. «Nel 2012, la Cina aveva una produzione di energia solare trascurabile. Nel 2025, l’energia solare rappresentava il 9% della produzione di elettricità dell’India, in aumento rispetto allo 0,5% di dieci anni prima. L’India dispone di un nuovo potente strumento per aumentare l’energia a basso costo e lo sta utilizzando con risultati spettacolari».

Il secondo fattore che viene messo in luce è che Nuova Delhi si sta affidando al carbone molto meno di quanto abbia fatto Pechino per supportare l’industria nazionale: «La produzione pro capite di carbone in India, pari a 1 MWh, è circa il 40% del livello della Cina nel 2012. La domanda di carbone si sta avvicinando al suo picco ed è molto improbabile che segua il successivo aumento della Cina a circa 4 MWh pro capite».

Un altro aspetto che differenzia lo sviluppo attuale dell’India rispetto a quello avviato una quindicina di anni fa dalla Cina riguarda i veicoli elettrici. «Nel 2012, la Cina non aveva quasi nessun veicolo elettrico in circolazione. A metà del 2025, i veicoli elettrici rappresentavano circa il 5% delle vendite di automobili in India e il Paese è leader mondiale nelle vendite di veicoli elettrici a tre ruote». Non a caso anche la domanda di petrolio per i trasporti è molto più bassa, in rapporto: «La domanda pro capite di petrolio per il trasporto su strada in India, pari a 96 litri, è circa la metà di quella della Cina nel 2012 ed è vicina al picco».

Insomma, neanche l’India con i suoi 1,47 miliardi di cittadini salverà l’industria petrolifera. Anche perché, ultimo aspetto segnalato dai ricercatori del think tank climatico Ember, Nuova Delhi ha avviato un percorso di elettrificazione altrettanto rapido di quello cinese: «Il tasso di elettrificazione dell’India è quasi del 20%, paragonabile al livello della Cina nel 2012, e sta crescendo inesorabilmente di circa cinque punti percentuali ogni dieci anni».

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.