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L’opera bocciata dalla Corte dei conti cuba 14 miliardi di euro, mentre dal Governo arrivano appena 100 mln di euro per Sicilia, Sardegna e Calabria. Corrado: «Una presa in giro»

Dal ciclone Harry alla frana di Niscemi, i soldi per ricucire l’Italia ci sono: quelli del ponte sullo Stretto

Wwf: «Basta con questa farsa di gridare all’ideologia green per nascondere l’immobilismo utile solo a difendere le rendite di posizione delle lobby petrolifere»
 |  Prevenzione rischi naturali

Il territorio italiano sta letteralmente franando – delle 750.000 frane censite in Ue, 620.808 sono nostre – sotto il peso della crisi climatica e del consumo di suolo, una tendenza tornata immediatamente visibile a tutti nell’ultima settimana, segnata dal passaggio del ciclone Harry nel sud Italia che ha lasciato dietro di sé una scia di danni stimata in oltre 1,5 mld di euro in Sicilia e in almeno 500 mln di euro sia in Sardegna sia in Sicilia. Ma ieri il Consiglio dei ministri guidato da Giorgia Meloni ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale per queste tre regioni, predisponendo però lo stanziamento di soli 100 mln di euro.

«È evidente che la crisi climatica e gli impatti del consumo di suolo siano ormai la “nuova normalità” – commenta nel merito il Wwf nazionale – Il Governo fa gli interessi delle lobby fossili e continua a parlare di “ideologia green”: adotta costosi provvedimenti emergenziali senza avviare politiche serie di prevenzione e rinviando ogni azione di cambiamento reale, a cominciare dalla decarbonizzazione. Così facendo mette a rischio la salute e sicurezza della popolazione, spreca risorse e fa perdere all’Italia occasioni di sviluppo. Occorre attuare subito il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), che da anni giace nei cassetti, e investire risorse pubbliche nella messa in sicurezza di centri urbani, strade e territori, invece di continuare a privilegiare opere inutili, costose e dannose come il Ponte sullo Stretto di Messina. Basta con questa farsa di gridare all’ideologia green per nascondere l’immobilismo utile solo a difendere le rendite di posizione delle lobby petrolifere».

L’opera infrastrutturale necessita infatti di risorse pubbliche pari a circa 14 miliardi di euro, col Governo che sta provando a limitare i poteri della Corte dei conti pur di porre il primo mattone del ponte, dopo che la stessa ha negato il visto di legittimità e la registrazione della delibera Cipess del 6 agosto 2025 che autorizzava il progetto definitivo. Tant’è che dopo le sigle ambientaliste, anche l’Associazione magistrati della Corte dei conti esprime «forte preoccupazione per lo schema di decreto-legge sulle cosiddette Grandi opere, attualmente in preparazione, che punta a sbloccare il progetto del Ponte sullo Stretto aggirando i rilievi di illegittimità già sollevati dalla Corte».

«Sono tre anni che attendiamo le risorse necessarie per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, per ora rimasto solo sulla carta a causa proprio della mancanza di risorse – rincarano la dose da Legambiente – Oltre ad aiutare i territori colpiti dal ciclone Harry, c’è bisogno di mettere in campo una strategia nazionale per la prevenzione e l’adattamento. E non ci stancheremo di ripetere quali sono le azioni prioritarie da cui partire: dare piena attuazione al Piano di adattamento – e risorse necessarie per attuarlo si possono prendere da opere inutili al Paese come quelle destinate al ponte sullo Stretto – l’approvazione della legge contro il consumo di suolo, il cui iter legislativo iniziato nel 2012 è fermo in Parlamento, e azioni come riaprire i fossi e i fiumi tombati nel passato, recuperare la permeabilità del suolo attraverso la diffusione di Sistemi di drenaggio sostenibile che sostituiscano l’asfalto e il cemento».

Dalle fila dell’opposizione è la stessa segretaria del Pd, Elly Schlein, che direttamente da Niscemi è intervenuta per chiedere «di trovare tutte le risorse che servono per dare risposte immediate a questi territori. Abbiamo proposto noi stessi che venisse immediatamente dirottato 1 miliardo che era stato messo sul progetto del Ponte ma che non potrà essere utilizzato nel 2026 per il blocco della Corte dei conti e di metterlo immediatamente a disposizione per dare risposte ai territori che sono stati colpiti».

«Di fronte a questa emergenza non solo il sistema mediatico, ma l’intero Governo Meloni ha voltato lo sguardo dall’altra parte. E infine la montagna ha partorito un topolino: il “segnale forte” arrivato dal Consiglio dei ministri sono 100 milioni di euro da dividere tra tre regioni, quando nella sola Sicilia i danni già stimati superano il miliardo e mezzo. Una presa in giro – conclude l’europarlamentare Annalisa Corrado, responsabile Conversione ecologica del Pd nazionale – Servono infrastrutture contro la siccità e il dissesto idrogeologico, serve ricostruire e rafforzare i territori devastati da erosione e cementificazione. Serve agire ora, altro che ponte. Chiediamo subito lo stop alle tasse nel 2026 per famiglie e imprese colpite, rinviandole almeno al 2027, e che le risorse destinate al ponte sullo Stretto vengano utilizzate per ripristinare le infrastrutture danneggiate».

Al contrario del ponte, oggi per l’Italia l’adattamento climatico è essenziale e deve andare di pari passo al rapido abbandono dei combustibili fossili, in modo da tagliare le emissioni di gas serra che alimentano la crisi climatica in corso. Esattamente quanto non sta facendo il Governo Meloni. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).

Al contempo, mentre la crescita “inarrestabile” delle rinnovabili è la svolta scientifica del 2025 secondo la prestigiosa rivista Science,  l’Italia registra sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Del resto mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili.

Luca Aterini

Luca Aterini, toscano, nasce settimino il 1 dicembre 1988. Non ha particolari talenti ma, come Einstein, si dichiara solo appassionatamente curioso: nel suo caso non è una battuta di spirito. Nell’infanzia non disegna, ma scarabocchia su fogli bianchi un’infinità di mappe del tesoro; fonda il Club della Natura, e prosegue il suo impegno studiando Scienze per la pace. Scrive da sempre e dal 2010 per greenreport, di cui è oggi caporedattore.