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Primo anniversario di Trump II alla Casa Bianca: i favori a Big Oil, le bordate all’ambiente e i danni per gli americani

Lo slogan «drill, baby, drill» e l’annuncio dell’uscita dall’Accordo di Parigi erano solo l’antipasto di quel che il tycoon aveva in serbo per l’America: sintetica lista delle politiche pro-fossili e anti-green messe in campo dal presidente Usa negli ultimi 365 giorni
 |  Crisi climatica e adattamento

Oggi è il primo anniversario del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. E il bilancio di questi 365 giorni del tycoon alla presidenza degli Stati Uniti, visti anche soltanto nell’ottica delle politiche per la tutela dell’ambiente e il contrasto alla crisi climatica, lasciando cioè da parte tutto ciò che ha combinato in altri ambiti nazionali e internazionali, rasenta o direttamente sfocia nell’incredibile.

Tra le prime azioni compiute c’è l’uscita degli Stati dall’Accordo di Parigi, nonostante la contrarietà di 24 Governatori rappresentanti oltre la metà della popolazione e dell’economia a stelle e strisce. Tra le ultime, c’è l’uscita dalla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici (e da altre 65 organizzazioni internazionali), decisione che ha fatto degli Usa l’unico paese al mondo a non farne parte. Nel mezzo, di tutto di più, dalla chiusura del programma di monitoraggio dell’aria nelle ambasciate americane alla fine dell’UsAid e il blocco degli aiuti ai paesi in via di sviluppo con cessazione dei programmi sanitari a livello globale, dai bastoni tra le ruote al settore delle rinnovabili (poi parzialmente rimossi dai giudici) fino ad arrivare al paradosso dell’Agenzia per l’ambiente Usa che smette di calcolare gli impatti negativi dell’inquinamento sulla salute, cancella i limiti sull’inquinamento e rilancia petrolio e gas. Di misure a favore di Big Oil e contro le politiche a tutela dell’ambiente ce ne sarebbero tante altre, ma non serve neanche elencarle tutte. Non servirebbe neanche segnalare che col ritorno di Trump alla Casa Bianca è aumentato negli Usa anche il consumo di carbone. Basta richiamare il risultato prodotto da questo secondo mandato di Trump: negli Stati Uniti le emissioni di gas serra sono aumentate per la prima volta dopo 20 anni di calo costante. Difficile andasse diversamente, con un presidente che ha lanciato lo slogan pro-trivelle «drill, baby, drill» e le aziende attive nel settore dei combustibili fossili che hanno goduto di ampie garanzie e concessioni come non si vedeva da tempo. La soluzione escogitata dall’amministrazione Usa? Quella dell’Agenzia ambientale: stop all’obbligo di relazionare le emissioni da parte delle aziende, basta con questi monitoraggi.

Un bilancio di questo primo anno di presidenza Trump, con focus sull’ambiente, viene fatto anche da diversi esponenti del mondo della ricerca, dell’associazionismo, delle politiche ambientali ed energetiche. Reporterre ne ha raccolti diversi. C’è chi segnala che il tycoon ha concesso  alle industrie di combustibili fossili «veri e propri permessi per inquinare», come Matthew Tejada, vicepresidente senior responsabile della salute ambientale presso il Natural resources defense council (Nrdc), chi fa notare che le politiche messe in campo dalla Casa Bianca «aumentano i costi dell’energia e della salute», come spiega Matthew Davis, vicepresidente della politica federale presso la League of conservation voters (Lcv), e chi sottolinea che anche se molti effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico saranno pienamente misurati solo a medio o lungo termine, i primi segnali di un degrado della qualità dell’aria sono già visibili: «L’impatto sanitario più evidente a breve termine è l’asma», spiega Chitra Kumar, direttore generale del clima e dell’energia presso l’Union of concerned scientists (Usc).

Ma non sono soltanto le politiche pro Big Oil che faranno danni nel breve, medio, o lungo periodo. Nell’arco di questi 12 mesi, Trump ha tagliato fondi, smantellato uffici e interrotto servizi fondamentali per il monitoraggio e la gestione delle catastrofi naturali. A cominciare dallo stop al bollettino degli eventi meteo estremi curato dai National centers for environmental information (Ncei), all’idea di smantellare il centro federale di ricerca sul clima, il National center for atmospheric research (Ncar), passando per la cancellazione della Federal emergency management agency (Fema), la Protezione civile americana. Tutte decisioni che indeboliscono fortemente la capacità degli Stati Uniti di anticipare e affrontare eventi meteo estremi, che proprio la crisi climatica innescata dall’utilizzo di combustibili fossili ha reso sempre più frequenti e devastanti.

Simone Collini

Dottore di ricerca in Filosofia e giornalista professionista. Ha lavorato come cronista parlamentare e caposervizio politico al quotidiano l’Unità. Ha scritto per il sito web dell’Agenzia spaziale italiana e per la rivista Global Science. Come esperto in comunicazione politico-istituzionale ha ricoperto il ruolo di portavoce del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel biennio 2017-2018. Consulente per la comunicazione e attività di ufficio stampa anche per l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, Unisin/Confsal, Ordine degli Architetti di Roma. Ha pubblicato con Castelvecchi il libro “Di sana pianta – L’innovazione e il buon governo”.