Niscemi è solo l’inizio: in crisi climatica gli italiani rischiano il 9,5% del reddito procapite
La gigantesca frana attiva a Niscemi, in Sicilia, corre lungo un fronte ampio 4 chilometri che ha già portato oltre 1.500 persone a dover abbandonare di punto in bianco la propria abitazione insieme agli avere e ai ricordi di una vita, per fuggire in un limbo d’incertezza di cui ancora non s’intravede la fine. A causa della mancata prevenzione, il territorio è stato colto di sorpresa nonostante Niscemi fosse stata scossa da enormi frane già nel 1790 e nel 1997, quando vennero evacuate altre 400 persone; un errore che si paga caro soprattutto in quest’era di crisi climatica, come mostra il passaggio del ciclone Harry che ha ulteriormente indebolito il già fragilissimo equilibrio idrogeologico dell’area.
«Un’imponente frana di scivolamento, riattivata dalle piogge torrenziali del ciclone Harry, ha colpito il territorio comunale di Niscemi, con un fronte di circa quattro chilometri che ha determinato un collasso del terreno con abbassamenti verticali senza precedenti (15-25 metri), rendendo necessaria l’istituzione di una “zona rossa” e l’evacuazione di oltre 1.500 cittadini», sottolinea l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez).
Eppure la sottovalutazione del rischio – climatico e idrogeologico – non riguarda certo la sola Niscemi: secondo i più recenti dati Ispra (2025), il 94,5% dei comuni è a rischio per frane, alluvioni o erosione costiera. Ispra snocciola che il 19,2% del territorio nazionale è classificato a maggiore pericolosità per frane e alluvioni, ovvero 1 milione e 280mila abitanti vivono in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata; 6 milioni e 800mila sono esposti a rischio alluvioni nello scenario a pericolosità idraulica media con tempi di ritorno compresi tra 100 e 200 anni (ovvero alluvioni con una probabilità dell'1% o del 2%, rispettivamente, di essere superate in un dato anno).
In particolare, il territorio classificato a pericolosità da frana è aumentato del 15% rispetto al 2021, passando da 55.400 a 69.500 kmq, pari al 23% del territorio nazionale, e la Sicilia è una delle regioni – insieme a Toscana (+52,8%) e Sardegna (+29,4%) – in cui la pericolosità da frana è aumentata in misura più significativa (+20,2%) rispetto al 2021. Al contempo, gli eventi meteo estremi come le alluvioni e le ondate di calore sono aumentati del 526% solo nell’arco dell’ultimo decennio.
«Gli effetti economici sono rilevanti», osservano dallo Svimez: «L’aumento delle temperature incide negativamente sulla resa agricola, sulla salute della popolazione – con maggiori costi per il sistema sanitario – e sulla produttività del lavoro, con ripercussioni anche su industria e servizi. Secondo analisi di scenario che simulano un aumento moderato delle temperature di 1,5°C, entro il 2100 il reddito pro capite italiano potrebbe ridursi in un intervallo compreso tra il 2,8% e il 9,5%».
Questo dato risale a una stima elaborata da Bankitalia nell’ormai lontano 2022, ma nel frattempo a livello globale le temperature degli ultimi tre anni (2023-2025) sono già state in media superiori di oltre 1,5 °C rispetto al livello preindustriale, il che ci avvicina pericolosamente a superare la prima soglia di sicurezza stabilita nel 2015 dall’Accordo sul clima di Parigi: questo comporta l’urgenza di prepararci a impatti catastrofici, perché – sempre a livello globale – restare entro +1,5 °C permetterebbe di evitare 207mila morti premature e danni economici per 2.269 miliardi di dollari al 2030. Ancora non è detta l’ultima parola, dato che la prima soglia di sicurezza sarà effettivamente superata quando i +1,5 °C verranno mantenuti stabilmente, ma l’inevitabile sembra ormai all’orizzonte.
Eppure l’Italia sta scegliendo la via dell’inazione. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).
Al contempo, mentre la crescita “inarrestabile” delle rinnovabili è la svolta scientifica del 2025 secondo la prestigiosa rivista Science, l’Italia registra sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Del resto mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili.