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Rinnovabili contro agricoltura? Il ciclone Harry ha distrutto un terzo della produzione di agrumi in Sicilia

Maretti (Legacoop agroalimentare): «Occorre una strategia nazionale di adattamento climatico, senza continueremo a contare danni, a intervenire dopo e a spendere di più»
 |  Agricoltura moda turismo

In Italia gli eventi meteo estremi sono aumentati dal 526% nell’ultimo decennio, ma ne è bastato solo uno – il ciclone Harry che si è abbattuto sul sud Italia la scorsa settimana – per provare danni da circa 2 miliardi di euro e a distruggere un terzo della produzione di agrumi in Sicilia.

«In Italia gli eventi estremi non sono più emergenze occasionali, come ha dimostrato drammaticamente il ciclone Harry che ha devastato le regioni del Sud. Adesso servono risposte immediate e una strategia strutturale – commenta il presidente di Legacoop Agroalimentare Cristian Maretti – Ci sono stati danni gravissimi e ancora una volta è stata messa a nudo la crescente vulnerabilità del sistema Paese davanti ai fenomeni atmosferici violenti non più occasionali, e non possono più essere trattati come tali, ma strutturali. È il momento di agire, servono risposte altrettanto strutturali, rapide ed efficaci».

Come accennato ammontano a oltre 2 miliardi di euro i danni stimati. Oltre alla Sicilia anche Calabria e Sardegna e parte del Mezzogiorno sono stati interessati da piogge torrenziali, venti oltre i 100 km/h, mareggiate con onde fino a 9–10 metri e massicce inondazioni costiere. In Sicilia si stimano danni per oltre un miliardo di euro, in Sardegna almeno mezzo miliardo, circa altrettanti sulla zona jonica della Calabria. E ancora una volta, il settore agroalimentare, già sottoposto a forti pressioni economiche, si trova a fare i conti con perdite di raccolti, danni strutturali, interruzioni delle filiere e redditi compromessi.

«In Sicilia ad essere colpito in maniera particolarmente pesante è il settore agrumicolo con le prime stime che parlano di perdite non inferiori al 30% della produzione, con aziende e cooperative che vedono compromesso un intero anno di lavoro. Ma la situazione è drammatica anche per la pesca per i danni ingenti a imbarcazioni, attrezzature e infrastrutture, per il settore zootecnico che ha fatto registrare danni soprattutto di natura strutturale e per il comparto ortofrutticolo in particolare nella Sicilia orientale».

Una narrazione che stride non poco con la lettura che vorrebbe contrapporre lo sviluppo delle energie rinnovabili nel Paese con quello dell’agricoltura, quando uno dei primi fattori di crisi strutturale del comparto primario è proprio l’incremento degli eventi meteo estremi, che la diffusione dell’energia pulita – offrendo un sostituto ai combustibili fossili, con le loro emissioni climalteranti in atmosfera – permette di mitigare.

«Occorre una strategia nazionale di adattamento climatico, fondata su prevenzione, manutenzione del territorio, investimenti strutturali e programmazione di lungo periodo – continua Maretti – Senza una visione chiara, continueremo a contare danni, a intervenire dopo e a spendere di più, con risultati peggiori. La sicurezza dei territori, la tutela delle produzioni agroalimentari e la stabilità del lavoro non possono dipendere dall’eccezionalità degli eventi meteo, perché l’eccezionalità non esiste più».

Per limitare i danni, l’adattamento climatico è essenziale e deve andare di pari passo al rapido abbandono dei combustibili fossili, in modo da tagliare le emissioni di gas serra che alimentano la crisi climatica in corso. Esattamente quanto non sta facendo il Governo Meloni. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare. Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).

Al contempo, mentre la crescita “inarrestabile” delle rinnovabili è la svolta scientifica del 2025 secondo la prestigiosa rivista Science,  l’Italia registra sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Del resto mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili.

Redazione Greenreport

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